Chernobyl 1986: come girò il vento dopo il disastro nucleare

di meteotrip
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Le condizioni meteo nell’area colpita dall’esplosione del reattore. I venti nei giorni successivi e la radioattività in Europa.

Il disastro di Chernobyl si consumò in una notte di fine aprile calma e mite, in condizioni di alta pressione. I dati di archivio riportano +10 °C , clima umido, senza vento. La città di Prypjat, 50.000 abitanti, fu la più colpita, trovandosi a soli 3 km dal reattore esploso.

Prypjat si svuotò all’istante e divenne da quel giorno una città fantasma. Uno scenario tutt’oggi surreale, desolato, divenuto oggetto di un macabro turismo. La città è infatti tornata improvvisamente alla ribalta per la serie televisiva dedicata all’accaduto.

Prypjat, dormitorio infantile

Le radiazioni e il vento

Nei giorni successivi al disastro si guardò con estrema attenzione alle condizioni meteo, per capire la direzione che avrebbe potuto prendere la nube radioattiva.

Sabato 26 e domenica 27 aprile il vento soffiò su Chernobyl da sud verso nord, investendo la Bielorussia e le tre repubbliche baltiche.

Prypjat, Chernobyl, a febbraio

Lunedì 28 girò da sudest verso Svezia e Finlandia, per poi provenire da est e investire Polonia, Germania settentrionale, Danimarca, Paesi Bassi, Mare del Nord e Regno Unito.

Piscina coperta di Prypjat @silver ringvee_unsplash

Da martedì 29 aprile a venerdì 2 maggio una bassa pressione sul Mediterraneo si spostò a sud, richiamando correnti secche da nord-est su Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Austria e Italia fino all’Appennino centrale.

Cosa accadde in Italia e sulle Alpi: il ruolo delle neve nella radioattività del suolo alpino

In Italia i venti da nordest che trasportavano la nube impattarono l’arco alpino il 30 aprile. Ci furono anche piogge su Trentino, Val d’Aosta e Friuli e questo aumentò il timore di contaminazione, come dimostrato dalle analisi dei terreni effettuate a fine anni Novanta sull’arco alpino, che hanno individuato un alto grado di radioattività in alcune zone ma solo sopra i 1500/2000 metri. Perché? Le scorie trasportate dall’atmosfera si sono posate sul manto nevoso primaverile. Con il disgelo i terreni hanno filtrato lentamente l’acqua, lasciando sul suolo gli accumuli di contaminazione. Le precauzioni prese in Italia a inizio maggio 1986 sono note: si proibì per due settimane il consumo di verdure a foglia larga (sulle quali in prevalenza si depositava l’inquinamento radioattivo) e, per i bambini fino a dieci anni e le donne in stato di gravidanza, il consumo di latte fresco.

Ad oggi, è ancora impossibile quantificare le conseguenze sulla salute della popolazione europea. Sappiamo che dove si ebbe pioggia le scorie si depositarono al suolo con maggiore facilità.

La mappa e il video delle contaminazioni

KiloBequerel per mq (ovvero quantità di cesio-137) indotti da Chernobyl: la soglia di sicurezza è di 5 (giallo chiaro)

Guardando la mappa sopra si capisce come il ruolo dei venti sia stato essenziale: quelli da ovest, che di solito soffiano sull’Europa (detti “dominanti”), hanno determinato – lavorando sul lungo periodo – un picco di concentrazioni proprio a est di Chernobyl, nella Russia interna. Quelli da sud, i primi a spirare dopo l’esplosione, caricandosi di umidità sul Baltico sono stati più incisivi sulla Finlandia meridionale. L’Europa centrale al contrario è stata interessata dal fenomeno non appena i venti si sono disposti da est, in questo caso più secchi, ma comunque in grado di essere incisivi nel momento in cui si sono addossati all’arco alpino (vedi Austria, ma anche Alpi occidentali francesi e italiane).

Guarda nel video sotto il percorso della nube radioattiva

Prypjat d’estate. La natura si è riappropriata dell’area abbandonata nell’86

Da domenica 4 a martedì 6 maggio la bassa pressione traslò verso est e i venti radioattivi interessarono di nuovo Ucraina, Russia meridionale, Romania, Moldavia, Penisola balcanica, fino alla Grecia e alla Turchia.

L’emissione di vapore radioattivo cessò sabato 10 maggio 1986.

Prypjat, il parco giochi fantasma a gennaio

Il caso dei cinghiali della Boemia

Dopo anni dall’accaduto, tracce di radioattività, a seconda dei venti e delle piogge, sono state rilevate in tutto l’emisfero settentrionale.

Nel 2017, a oltre 30 anni dall’incidente e a 1600 km di distanza da Chernobyl, sono stati trovate tracce di radioattività superiori alla norma in 600 cinghiali delle montagne della Boemia, in Repubblica Ceca.

La causa è stata identificata in un fungo contenente cesio-137, che i cinghiali avrebbero ingerito scavando sotto la neve. In quest’area della Boemia si ebbero piogge trasportate dal vento dopo il disastro del 1986. L’allarme scattato nel 2017 era legato all’uso della carne di cinghiale nel piatto tipico del gulasch.

Prypjat, il parco giochi sotto la neve, presente per 90 giorni l’anno a Chernobyl

Il clima di Chernobyl

I turisti che oggi si dirigono a Chernobyl nella buona (o triste) intenzione di visitare un luogo “speciale” lo fanno soprattuto nel periodo più mite dell’anno, tra maggio e settembre. Sarebbe di certo meno confortevole farlo in pieno inverno, quando da queste parti si raggiungono talvolta i 20 °C sotto lo zero e la neve e il ghiaccio la fanno da padrone.

Lorenzo Pini

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